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L’ospite

Grazia Palmisano – Corso avanzato – Racconto inedito – Prima stesura – Azalai 2012

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Di colpo l’intera città rimane al buio. Posa il libro sul divano, si alza cercando a tentoni di arrivare alla cucina per accendere un fiammifero. Va a controllare il vecchio contatore nella nicchia in ingresso, ma il pulsante è nella consueta posizione; non è lì il problema. Lascia cadere lo zolfanello la cui fiamma è già arrivata a lambirle i polpastrelli e ne accende un altro cercando una candela. Posiziona il cero profumato alla rosa selvatica sul tavolo in cucina. Ipotizza un problema locale del quartiere ma dal nono piano può verificare in breve tempo che non è così. Dal balcone orientato ad est nota che tutta la collina è priva di luci, dall’altro orientato a nord-ovest verifica che anche di là è tutto privo di illuminazione. E’ un sabato sera di luglio e per tutto il giorno la temperatura ha cercato di raggiungere i quaranta gradi mancando di poche unità l’obiettivo. Giuliana pur amando il sole ha tenuto basse le tapparelle per ombreggiare l’alloggio e arginare l’afa. Solo in serata le ha tirate su permettendo all’esile ma fresca brezza di invadere le stanze e recare un minimo di sollievo. Le mancavano una trentina di pagine per finire il romanzo, valuta la quantità di paraffina di cui può usufruire e decide di andare a dormire rimandando la lettura. E’ già quasi mezzanotte. Soffia sulla fiamma e sente il caratteristico odore che si sprigiona dal lucignolo finché il rosso non muta in nero. Non è abituata al buio totale, pensa atterrita a come possa essere la vita di un cieco. Scaccia subito il pensiero, ringrazia per la fortuna di non esserlo e a tentoni rintraccia prima spazzolino e dentifricio, poi il water e il pulsante dello scarico e alla fine il letto. Fatica molto ad addormentarsi a causa dell’assenza di punti di riferimento. E’ abituata alla compagnia delle luci in strada: seppure molto in basso rispetto a lei, il chiarore dei lampioni riesce comunque a spezzare l’oscurità. E’ anche una notte di luna nuova, il nero è totale, eccezion fatta per i fari delle auto. Sta per scivolare nel sonno quando le pare di avvertire un piccolo rumore al di sopra della testa. D’istinto solleva lo sguardo, pensa ad una falena e tranquilla si addormenta del tutto.

Il suono acuto di svariati antifurti la porta via dal castello pieno di quadri che stava visitando in sogno. Si tira su a sedere, gli occhi spalancati, il respiro bloccato, i sensi allertati dall’adrenalina pompata di colpo. Nota il chiarore esterno, capisce che è tornata la luce e che gli antifurti delle abitazioni stanno avvisando in ritardo che c’è stato un black out. Infila il leggero prendisole in maglina e va sul balcone per ricavare la conferma delle proprie supposizioni. Si sposta quindi in cucina per bere un bicchiere d’acqua. Il display dello stereo lampeggia, dovrà risistemare l’ora, che per il momento legge sul cellulare. E’ notte fonda. Con gli occhi ancora pieni di sonno torna a stendersi, ma si rialza  ripensando al rumore che una parte del suo cervello non aveva del tutto archiviato. Accende la piccola lampada sulla mensola adibita a comodino e scatta di colpo all’indietro con un urlo soffocato, il cuore che batte all’impazzata. A Giuliana basta qualunque cosa ignota, piccola o grande che sia, per andare in overdose di ormoni surrenali. Il suo letto è composto da una base in legno alta circa quindici centimetri, su cui è poggiato il materasso. Subito dietro, laddove di norma si trovano le spalliere dei normali letti, lei ha fissato svariate mensole cariche di libri. Il restante metro e mezzo al di sopra dei volumi ha pensato di addobbarlo con due veneziane in bambù che le erano avanzate dal precedente alloggio. Le piacevano molto, ma qui le porte finestre sono di dimensioni molto maggiori. Per cui ha fissato quattro chiodi, le ha decorate con motivi giapponesi di cui ignora il significato e le ha appese contro la parete. Su una di queste veneziane sta ora cercando di distinguere cosa sia la macchia nera in alto che di sicuro non c’è mai stata prima. Né la cosa sconosciuta né Giuliana accennano a muoversi, l’una perché non sa di incutere timore, l’altra perché non sa che non è il caso di averne.

Con i muscoli contratti, il sudore dovuto alla paura più che al caldo, alla fine decide che non può restare così tutta la notte. Abita da sola, non può chiedere aiuto e si sentirebbe comunque ridicola a farlo, considerando che adesso comincia a razionalizzare e a dirsi che in fondo una spiegazione ci deve essere. Mentre raddrizza la schiena, decontrae anche le dita strette intorno al bordo inferiore dell’abito, cui si era aggrappata senza neanche accorgersene. Riprende a respirare, a fondo, rallentando il ritmo per calmarsi. Intanto pensa a cosa possa essere. La falena è davvero da escludere, ora che valuta le dimensioni. Non capisce cosa sia, ha una forma ovoidale, pare del pongo nero lanciato lì per sbaglio da un bambino pestifero. Decide di andare in cucina a prendere la scopa: combatterà con coraggio o tremando, ma basta rimanere così. Il letto è proprio sotto quella cosa e deve trovare una soluzione. Ma tornata in camera non ha il coraggio di avvicinare la scopa alla macchia ignota. Si rende conto che deve essere qualcosa di vivo, per forza, e magari nel sentirsi toccata potrebbe aggredirla, saltarle addosso, magari graffia. Le viene da urlare ma si limita a dire ad alta voce

“Ma cosa diavolo sei?”.

La macchia ancora non identificata non le risponde e permane nella propria immobilità. Giuliana non può neanche rintanarsi in cucina, perché quando ha ristrutturato l’alloggio non ha voluto porte. Gli ambienti hanno ognuno il proprio spazio delimitato, ma niente porte interne. Per cui è convinta che andando a dormire sul divano quella creatura la raggiungerà in ogni caso. Questo però per associazione di idee le fa venire in mente che qualunque cosa sia vola. Altrimenti come avrebbe potuto arrampicarsi fino lassù? E subito le viene la pelle d’oca al pensiero che magari invece striscia e le è passata a pochi centimetri dal viso o addirittura ha posato le sue luride zampe sui suoi capelli prima di arrivare là sopra. L’ipotesi è talmente raccapricciante che per escluderla decide di dimostrare a sé stessa che l’essere immondo vola. Il coraggio continua a mancarle ma in un moto di rabbia, tanto per lo schifo quanto per la propria trepidazione che reputa eccessiva, avanza con l’arma improvvisata. Con la punta del bastone muove la veneziana, sperando di ottenere così la prova che cercava. Insiste perché lo sconosciuto non collabora, scuote il bambù col solo risultato di farlo cadere. La macchia però è rimasta dov’era, sull’altra veneziana. Impreca, sbatte la scopa per terra, pesta i piedi, alza le mani al cielo e si ritrova a piangere per la frustrazione. Si sente ostaggio a casa propria. Afferra la scopa, senza più indugi, nonostante la pelle d’oca e i brividi. Avvicina la saggina all’essere, preoccupandosi in ogni caso di non fargli del male. Vuole solo che se ne vada. Non è chiedere tanto, accidenti. Per il momento ottiene solo la prova che l’essere vola. Ma scongiurato il timore che strisciasse, ne compare uno nuovo dovuto alla forma delle ali e al suono acuto che ha sentito. Oltretutto si è solo spostato più in basso, è ancora nella camera da letto, abbarbicato alla veneziana che pare aver eletto a propria dimora notturna. Almeno ha smesso con quel suono orribile che le infastidiva i timpani. Nella mente di Giuliana compare l’immagine di un vampiro e si dà della scema. Ma con un residuo di fiducia in sé stessa, riflette sul fatto che forse il suo occhio ha captato qualcosa che il cervello non ha ancora elaborato. Cosa che fa subito, facendola scappare in cucina, sbattendo la scopa per aria: quell’accidenti di coso è un malefico maledetto orribile pipistrello. Dapprima insiste nel dirsi che non può essere ma poi si ricorda anche che dal balcone spesso li ha visti volare e sentiti stridere, sebbene a una certa distanza dal condominio. Le luci però li teneva lontani a quanto pare e finché erano lontani li amava. Pensava a loro come ai romantici annunciatori del crepuscolo, li osservava nel cielo che da azzurro era già diventato blu scuro e poi non ci pensava più.

Non riesce a capacitarsi di averne uno in casa. Di tutti gli ospiti possibili è uno dei più sgraditi. Solo uno scarafaggio potrebbe rivaleggiare quanto al ribrezzo che suscita in lei.

Eppure avverte qualcosa alla bocca dello stomaco, una specie di grinza che le impedisce di stare serena. E’ infastidita al pensiero che il pipistrello possa scegliere fra lo stare a casa propria o installarsi da clandestino in casa altrui, mentre lei non può farlo. Riflette per un attimo circa le implicazioni del pensiero appena elaborato, poi scocciata del tutto, stabilisce che è colpa dello spavento, del black out imprevisto e che è ora di smetterla con le cavolate. E’ solo un animale, ha sbagliato casa e deve trovare il modo di farglielo capire. Punto. Non c’è altro. Convinta o no, torna pragmatica e recuperata la scopa in camera, vi poggia sopra uno strofinaccio, con il quale conta di provocare uno spostamento d’aria tale da riuscire a indirizzare il pipistrello verso l’uscita. Davvero l’ospite non collabora, gira in tondo intorno alla lampada appesa al soffitto, per quella che a Giuliana sembra un’eternità. Alla fine, convinta che sia terrorizzato almeno quanto lei, pensa di dargli tregua spegnendo la luce. Smette di sentire il rumore di ali, ma ora il problema è che non lo vede più. Non è sulla veneziana, non lo vede in giro, magari è uscito. Avanza in punta di piedi ma smette quando si rende conto che non serve a nulla non far rumore. Il suo ultimo pensiero prima di tornare in cucina per rimettere a posto la scopa è che il pipistrello sia di certo andato via. E’ solo nel tornare che lo vede, nascosto fra le pieghe della tenda. Dal punto in cui si trovava prima non poteva accorgersi di lui.

Si avvicina, ancora intimorita, ma un po’ meno di prima

“Ma mi spieghi che ci sei venuto a fare proprio qua? Di tutti i posti possibili perché da me?”.

Vero che ama gli animali, ma se restano a casa loro.

“Io mica ci vengo nella tua caverna a incasinarti la nottata. Non è che te andresti per cortesia?”.

Non si aspetta una risposta, sta solo cercando di renderlo familiare entrandoci in relazione. Ha intuito che non se ne andrà, ma l’idea è gravosa da digerire per lei e allora lo tratta come fosse un canarino o una qualsiasi innocua bestiola.

“E va bene, c’è spazio a sufficienza per tutti e due, basta che non ti venga in mente di svuotarti l’intestino sulla mia tenda e che non ti aggrappi ai miei capelli”.

Quella storia dei capelli era una delle poche cose che sapeva dei pipistrelli. Che vedono poco, che vivono nelle grotte buie e umide e che se vengono disturbati strappano i capelli con le zampe. Non si era mai preoccupata di verificare la bontà di queste informazioni. Documentarsi sulle abitudini dei pipistrelli era al di là delle sue capacità previsionali riguardo gli animali che un giorno avrebbe ospitato.

Si mise a letto, ma gli occhi più che chiusi erano contratti, le orecchie pronte a captare il più  piccolo spostamento d’aria e perfino i suoni abituali, dal battito del cuore al respiro, le sembravano insoliti. Rimase in uno stato di delirante dormiveglia, fra immagini di canini insanguinati, bare scoperchiate, punteruoli conficcati nel cuore e proiettili d’argento, finché il sole non la traghettò stremata nel nuovo giorno.

L’ospite era sparito. Invece di sentirsi felice si sentiva triste. Però memore della finta sparizione della sera prima, si mise a cercarlo dietro le tende, spostando con cautela il tessuto, pronta a scappare se fosse stato necessario. Puntò in cucina, e studiò anche di là il tendaggio, senza risultato. A quanto pareva questa volta era tornato a casa sua.

Andò in bagno, si lavò il viso e risistemò i capelli, ma anche così i segni della notte movimentata restavano visibili. Mise sul fuoco il bollitore del the, estrasse la tazza dal mobile, ci adagiò dentro una bustina di darjeeling, la coprì con acqua bollente. Intanto che la miscela si occupava di aromatizzare il liquido andò sul balcone. Il sole era già alto e scaldava con intensità, in strada poche auto e i soliti rumori sommessi della domenica. Le stoviglie della colazione usate dai vicini, la bicicletta del bambino che gira in cortile, la signora del piano di sotto che stende il bucato, la tenda parasole che viene abbassata lì di fronte. Si ritiene un po’ sciocca a sentire la mancanza di un animale che ha cercato di cacciare in tutti i modi. Fantastica che sia andato proprio da lei per consegnarle un messaggio speciale, per preannunciare qualche bella novità, per dirle che la sua vita sta per cambiare. Rientra in casa, abbassa le tapparelle, fa la stessa cosa in camera e in bagno. Estrae dall’acqua profumata e scura la bustina e con la tazza va verso il divano. Beve con la speranza che il the porti caldo dove si è insinuata una striscia di gelo. Posa la tazza vuota sul pavimento, allunga le gambe sul divano, riprende il romanzo e si accinge a finirlo. Tra una parola e l’altra le pare di rivedere le ali dell’ospite, ma ogni volta che sbatte le palpebre spariscono. Sospira forte, ripone il libro e decide di smetterla con quegli assurdi pensieri da nostalgica. E’ solo un pipistrello, non era nemmeno gradito ed è una benedizione che se ne sia andato. E detesta quell’eppure che continua a risalire dalla grinza dello stomaco. Si ritrova perfino ad accusarsi di non essere stata molto ospitale con lui. Abbandona il divano, tira su la tapparella, dicendosi che non è certo un po’ di sole in più che farà lievitare la calura. Alza anche quelle in camera e in bagno, senza confessare che quello è il suo modo di dirgli che se vuole può tornare. Si stende sul divano per riposarsi. Si dice che è stanca per aver dormito poco, ma forse si è messa lì  per aspettare il ritorno dell’ospite.

Di seguito le correzioni e il commento dell’insegnante

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L’accappatoio

Grazia Palmisano – Racconto inedito – Prima stesura 04.04.2012 – Corso avanzato Azalai

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Ammira dalla finestra del bagno lo spettacolo del Colosseo illuminato. Girato ad asciugarsi non la sente arrivare. Quasi mai riesce a capire quale sarà il suo umore e quale sarà la prima parola che gli dirà.

“Ancora?”.

Per Camilla va inteso ‘ancora in doccia?’ – mentre Egidio lo interpreta ‘ti serve ancora tempo?’.

Lui risponde di no – lei sbuffa.

Il pappagallo dalla gabbia strilla qualcosa, ma nessuno dei due ha mai imparato a capirne i versi.

Per Camilla sono versi di disappunto – per Egidio dimostrazioni di affetto.

Fu un regalo di Egidio per San Valentino.

Camilla la ritenne un’idea idiota – Egidio la ritenne una trovata geniale.

E’ Camilla che se ne prende cura, che si occupa di dargli da bere e da mangiare, che gli ha comprato un trespolo per liberarlo dalla gabbia in cui era arrivato, che si occupa ogni giorno di pulire la merda dal pavimento.

Egidio è soddisfatto, da quando Evaristo è con loro Camilla è molto più calma; secondo lui.

Il nome lo ha scelto Egidio.

Camilla lo trova un nome idiota – Egidio lo trova geniale.

Dopo trentacinque minuti, ancora in accappatoio, esce dal bagno, pulito, rasato, pettinato, profumato. Si libera del tessuto a nido d’ape lasciandolo cadere sul pavimento e va a cercare nel grande armadio l’abbigliamento da indossare.

Urla per farsi sentire da Camilla “Ho quasi fatto”.

Per lui significa che mancano pochi minuti – per Camilla significa che deve aspettare altri trenta minuti.  

Aspetta,

seduta in cucina,

al terzo piano,

al centro di Roma.

L’alloggio di camera, cucina e studio lo aveva scelto Egidio, perché gli piaceva il grande bagno. Non aveva fatto caso alla cucina rivolta a nord come la camera, entrambi bui e freddi. La sua attenzione era tutta per studio e bagno, grandi e luminosi, rivolti a est. Incantato dalla grande finestra soleggiata sulla vasca da bagno, la elesse a propria dimora avvolgendosi in immaginarie bolle di sapone, vedendosi già in ammollo in acqua bollente e rigenerante, alla fine di estenuanti giornate di lavoro. L’agente immobiliare capì che avrebbe concluso la vendita nell’attimo esatto in cui aprì la porta del bagno e notò l’espressione di Egidio. Da quel momento smise del tutto di tenere d’occhio la donna, rimasta sull’uscio pronta per tornare in strada.

Egidio non le chiese se per lei andasse bene, né lì né in strada, né allora né in seguito – Camilla gli disse che non le andava bene, sia lì che in strada, sia allora che in seguito.

Anche adesso, quando la raggiunge, non la vede.

Lui guarda a est – lei guarda a nord.

Camilla ha finito di risolvere l’intero cruciverba del paginone centrale, Egidio si abbiglia da direttore di filiale anche se dovessero solo andare al supermercato. Camilla non ricorda di averlo mai visto con qualcosa di diverso da completi, abbinati a camicie e cravatte in tinta, spesso col tocco finale dei gemelli ai polsi.

Le si avvicina posandole un bacio sui capelli.

“Usciamo?”.

Evaristo gracchia qualcosa come se la domanda fosse rivolta a lui, Camilla senza rispondere si alza e va in camera. Come si aspettava l’accappatoio è stato lasciato per terra e lei non sopporta l’idea di oggetti fuori posto. Lo riappende in bagno. Nel girarsi nota come sempre che la vasca è ancora piena d’acqua e leva il tappo per svuotarla. La schiuma le pare avere l’essenza delle emozioni di Egidio, instabili superficiali e di breve durata. Infila la mano nel composto bianco inconsistente, spostandolo per vedere l’acqua. Quella è lei, nascosta là sotto a reggere le bolle che altrimenti nessuno vedrebbe e che senza quell’acqua neppure si formerebbero. Invidia con forza dolorosa quell’acqua che non si fa domande, che scorre e basta, con già dentro tutte le risposte, che sa assumere qualunque forma senza mai perdere la propria.

Blocca il tappo e ferma lo svuotamento.

“Camilla ma che stai combinando? Andiamo o faremo tardi”.

Io ho già fatto troppo tardi, ma lo sussurra soltanto, restando seduta sul bordo di ceramica. Afferra l’accappatoio e lo raggiunge in cucina

“Per quale dannato motivo lo devi sempre lasciare per terra?”

Egidio invece di risponderle pensa a quale nuovo regalo dovrà farle per calmare la sua furia.

“Perché non lo appendi direttamente come fanno tutti gli uomini normali?”

Ma Camilla di come possa essere un uomo normale in realtà non ne ha idea.

Gli sta di fronte, il tessuto stretto nella mano, avvicinato al viso di lui che le sorride bonario e fa il gesto di sottrarle l’accappatoio. Lei scatta all’indietro alzando la voce.

“Rispondimi per una volta invece di correre a comprare un altro stupido regalo”.

Lancia l’accappatoio contro Evaristo che protesta con alte strilla e non fa in tempo a spostarsi.

“Ma Evaristo ti piace”

“Non mi piace per niente, che dovevo fare lasciarlo nella gabbia a morire?”.

Lui sembra quasi riflettere mentre libera Evaristo, ma è solo un attimo

“Andiamo dai, facciamo tardi, ne riparliamo al ritorno”.

Egidio la ritiene una proposta ragionevole – Camilla la ritiene la solita maniera di non affrontare le cose.

Gli strappa di mano l’accappatoio e lo scaraventa sul pavimento.

“Vacci da solo e già chi ci sei vattene anche affanculo”.

Parla prima di avere il tempo di riflettere che quel marito imbalsamato è l’unico sostegno che ha, prima di riflettere che sebbene le sue carezze sulla pelle le facciano da sempre l’effetto della buccia di un kiwi, non ne ha altre, prima di riflettere che lei non è acqua e non può né evaporare su fino alle nuvole né sprofondare giù fino alla fogna. Si piega con uno scatto a raccattare l’accappatoio umido e mentre si dirige in bagno per appenderlo al suo posto, ritorna al proprio, facendo sparire nel nido d’ape del tessuto la Camilla che diciotto anni fa, prima di sposarsi, forse era acqua. 

Di seguito pdf con correzioni e commento dell’insegnante

Pubblicato in: Suggestioni

La fine

Le persone sono una rarità di una realtà distopica. Si aggirano guardinghe circondate da una masnada di vaccinology agguerriti e sanguinari. Si profila all’orizzonte la caduta definitiva dell’impero democrat. Il fumo degli ultimi incendi piano piano si va spegnendo. È la fine.

Pubblicato in: Suggestioni

Beati

Beato chi se ne è andato
Beato chi si è liberato
Di schifo e di violenza
Beato chi non discute più
Beato a chi lassù o quaggiù
Combattere non deve più
Beato chi non ha governo
Beato chi non conosce inverno
Libero per sempre da gelo e inferno
Beati voi
Beati davvero

Pubblicato in: Scampoli e stracci

Fumo denso

C’è chi se la tira
E chi te la tira
Ti ammazza il diritto
Chi ti dà un manrovescio
La storia di sempre
Non cambia perché
Si vogliono ancora liberare di te
Devi stare nel coro
Fare parte del team
Fare squadra
Il righello lo portano loro
Te lo spezzano sulla schiena
Se non fai quello che dicono
Ubbidisci
Solo questo
Ubbidisci
Sempre questo
Disobbedire
Non è previsto
Silenzio assenso
C’è un fumo denso
Che oscura e soffoca la libertà
Non morirai per un principio
Non morirai per un’idea
Se sei già morto per una legge
Se stai già usando un certificato
Per fare ciò che era tuo diritto
Tutto a rovescio funziona adesso
E l’han chiamato bene comune