Pubblicato in: Corsi

Chiaroscuro

Nome e cognome         Grazia Palmisano
Orario gruppo                h. 19.30 – corso base autunno 2011
Titolo scritto                  Chiaroscuro         
Di cosa si tratta              Racconto inedito
Versione                        Quinta revisione
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Avanti un altro. Suola nera, tomaia bianca, lacci rossi sistemati alla bell’è meglio, in alcuni incroci troppo stretti, in altri laschi per l’abbandono precipitoso dell’operazione di tiraggio dell’intreccio. Ci indossa sempre così, un po’ sbadata, un po’ di corsa. Sotto il prossimo. Un pezzetto di patatina fritta finisce fra noi e l’asfalto e viene schiacciato senza aver potuto sperimentare la discesa nell’esofago. La maglia ampia, sbilenca sulla coscia destra, mezza arrotolata sulla sinistra, finisce sotto le natiche che si appoggiano sulla panchina. Le serve una pausa nell’avanzata di rientro a casa. Un po’ dolorante per i tanti passi, si siede e concede anche a noi un po’ di riposo. Sceglie quel parco, quell’angolo di luce, proprio lì, a non troppi metri di distanza dall’agenzia. Il pacchetto produce lo stesso suono della voce della responsabile delle risorse umane. Le dita, già unte dagli ottanta grammi di fette amidacee fritte e salate, raschiano il fondo, prelevando le ultime particole elimina ansia. Lascia scivolare il cappotto, dal braccio anchilosato, giù verso la vernice scrostata delle assicelle metalliche che la sostengono. Ormai il pacchetto è vuoto, riesce solo a rimediare granelli di sale che lasciano in bocca lo stesso sapore di un colloquio esaltante all’inizio e velenoso alla fine. Si avvia verso il cestino più vicino, ci spinge dentro il contenitore luccicante e vuoto. Si strofina un po’ le dita con un kleenex ma il sale e l’unto, come il no della Dottoressa Vermicoli, hanno bisogno di un buon detergente per essere eliminati. Torna al proprio posto, anche se ancora non le è affatto chiaro quale sia. Una nuvola ha cancellato il tiepido cilindro in cui si era rifugiata e che la scaldava. Rabbrividisce e si poggia sulle spalle il cappotto, che arriva con un angolo di stoffa a lambire i nostri lacci. Un refolo di vento le modifica di poco l’acconciatura, spostando due ciocche che lei stessa aveva sistemato dietro l’orecchio, mentre era ancora nella sala d’attesa. C’è sempre una sala d’attesa nelle agenzie per il lavoro, anche se si arriva in perfetto orario;  vi si finisce in ogni caso. Il silenzio, le sedie allineate, la porta richiusa alle spalle della segretaria all’accoglienza, servono a chiarire chi è il vero padrone del tempo di chi rimane seduto là dentro. In sottofondo sentiva lo stesso rumore del traffico che ci circonda adesso, solo schermato dai vetri. Là dentro si sentiva ancora protetta da una parvenza di aspettativa, qua fuori sa che deve ricominciare la trafila da capo. Altre ricerche, altri colloqui, altri contratti, che termineranno in pochi mesi, se va bene, o in un solo mese il più delle volte. E di nuovo da capo, con l’effetto della rotella di un contatore elettrico, che gira all’infinito finché circolano elettroni da trasformare in chilowatt da fatturare. Lei non sempre gira del tutto, sempre più di rado ha energia da trasformare in qualcosa nonostante sia io che mio fratello potremmo portarla ovunque, se solo si accorgesse della nostra voglia di andare avanti. Mi solleva da terra accavallando le gambe, ruota piano il collo cercando di sgranchire i nervi, che restano nello stato delle mie stringhe. Ha quasi smaltito del tutto l’eccesso di caldo incamerato in quella stanza infernale, dove la Vermicoli più che una penna impugnava un forcone con cui l’ha tormentata. Tanto lo sa che è la solita storia, qualche caratteristica è sempre assente nel suo curriculum e ancora non le è chiaro se la chiamano comunque per puro spirito sadico, per fare numero o perché confidano nel fatto che lei colmerà tutte le lacune nel lasso di tempo tra la telefonata e il colloquio a quattr’occhi. Incrocia le braccia, i tratti del viso indecisi circa l’espressione da assumere, che varia dallo stropicciato, allo stirato, al plissé con variazioni cromatiche dal pallore al rossore, via via che i pensieri si spostano dal come fare a pagare l’affitto, al risultato del prossimo eventuale colloquio. Si alza, ripoggiandomi a terra. Fa scivolare nel cappotto prima il braccio sinistro poi il destro. Infila nelle asole, con calma diligenza, un bottone dietro l’altro. Le spalle sussultano per un brivido di freddo. Avanti il primo, sotto il prossimo, ancora un altro. Io e mio fratello abbiamo appena cominciato a tracciare la linea di passi che dall’inutile attesa la riporta verso casa. L’intera città è solcata dalle nostre linee, ma nessuno sa che ci siamo, nonostante ci vedano, non sanno che esistiamo. Neppure lei, che ogni volta prima di uscire vede il chiaro della nostra tomaia e lo scuro delle nostre suole ai suoi piedi.

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Ce l’hai col calcio?

No.
Ce l’ho con l’ipocrisia, col potere mal gestito, con le regole assurde. Un normale cittadino deve avere il pass vaccinale per entrare in un ristorante o viaggiare liberamente e un tifoso può assembrarsi in libertà? Un cittadino deve essere costretto a portare la mascherina anche al parco e il tifoso può toglierla in pieno assembramento? Cittadini che scioperano per i propri diritti lavorativi vengono manganellati e ai tifosi non viene nemmeno chiesto un documento?
La polizia c’era, le transenne sono sempre lì, ogni giorno, da entrambi i lati, con militari armati di mitra. Volevo lo spargimento di sangue? Volevo le cariche della polizia? Proprio no, volevo e voglio che i diritti siano tali per tutti, che gli obblighi non siano restrizione per alcuni e privilegio per altri. Questi altri poi ruotano sempre intorno al calcio, guarda un po’.
Anche la stampa, oggi, come sempre, sparuti articoli e tutti parlano di festeggiamenti. Fossero stati normali cittadini la parola a caratteri cubitali sarebbe stata assembramenti.
Ma lo scudetto no, dai, è una festa. E allora lasciamo che si sfoghino, dopo tanti mesi di restrizioni.
Noialtri non ci siamo ristretti, noi due passi a distanza e a casa entro le ventidue. Il sacro coprifuoco, al momento manganello politico importante, è stato l’unico strumento utilizzato, in extremis. E allora alle ventidue, porelli, hanno dovuto mandare via i piccoli che festeggiavano.
A scanso di equivoci, non contesto che si festeggi, contesto che alcuni sì e altri no. Ma come, a Pasqua non si poteva manco stendere la tovaglia sul prato che arrivava l’elicottero e ieri in trentamila, trenta mila, han fatto un bell’assembramento collettivo.
Eh, dice, non era prevedibile. Poi c’è Fontana che dice va bene dai, è successo, è pericoloso, l’importante è che non succeda più. E già i virologi dicono che potremmo pagare le conseguenze. Chi le paga? Indovina indovinello. E non mi devo incazzare, no. Si sa che è così. Il calcio è il calcio, siamo noi, siamo noi, i più forti bella bella siamo noi.
Eh già, era prevedibile, dovevano transennare e bloccarli. Le transenne sono lì in pianta stabile, con militari permanenti fin da prima della pandemia. Operazione strade sicure. Il mitra al Duomo è un must have ormai.
E il buon Sala che per i navigli pubblica il suo bel video di rimproveri e manda i vigili trenta secondi dopo, dov’è che stava ieri?
La Lucarelli che non ha fiatato sul tema? Neanche una minuscola polaroid, niente, zero, nada.
Gassman, va beh, stava a Roma e però poteva telefonare, già esaurita la fierezza del delatore e del buon vivere civile?
Forze dell’ordine che sono solo forse dell’ordine, non hanno ricevuto nessun ordine? Facciamoli sfogare, che poi li restringiamo ancora, perché tanto chi non  è qui a festeggiare le restrizioni le sopporta già e le sopporterà ancora.
Imprecazioni e volgarità sarebbero il minimo.
Invece ce la caveremo col solito pagare le schifezze degli altri.
Io mi sarei anche fracassata, già in condizioni normali, figuriamoci dopo più di un anno di questo clima poliziesco, che poi ai tifosi sorride compiacente.
Ma si sa, le forze son le forze e tu cittadino non sei niente.

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Finalista

Per la prima volta arrivo in finale con una poesia.
Ho concorso con circa 650 partecipanti e mi ritrovo tra i selezionati.
Certo, i concorrenti ancora in lizza sono parecchi, ben 230, non ho ancora vinto, ma per me è già una soddisfazione grandissima essere lì tra loro, in una finale che davvero non mi aspettavo.

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Vento

Quando tutto ti è così noto da nausearti
Quando le soluzioni le trova chiunque tranne te
Quando la decisione è così facile che non la prendi
Quando sai di volertene andare e rimani
Quando tu non sei più tu e vivere non sai più cosa significhi
Quando tutto è un quando
Vento